La storia della Chiesa Madre PDF Stampa E-mail
Giovedì 09 Aprile 2009 11:23
LA BARONIA DEI BONANNO A RAVANUSA E IL LORO DIRITTO DI PATRONATO IN MATRICE

Stemma del Barone Giac. Bonanno

La baronia di Ravanusa ai Bonanno pervenne dai Crescenzio, che la detenevano dal 1449. Giovanni Crescenzio, signore di Naro ebbe due figlie, Ramondetta, data in sposa al calatino Francesco Bonanno con dote la terra e castello di Canicattì e Liandra a Girolamo Bonanno con in dote il feudo e casale di Ravanusa. Morta Liandra senza figli, ne divenne erede Ramondetta e per essa il marito Francesco B., cumulando così le due baronie, Da Francesco B., capostipite della baronia, il feudo casal Ravanusa passò al figlio Filippo.

Questi ne fu investito nel 1613 e nel 1617 avviò il piano di costruzione di un novum oppidum con 80 lares (case) e costruì la chiesa parrocchiale, assumendosene gli oneri del culto. Ebbe breve vita. Gli successe il figlio Giacomo B. Colonna, sposato con Antonia Balsamo, marchesa di Limina, il più colto e munifico dei nostri baroni, lodato dal Mongitore e dal Mugnos per saggezza, il rigore morale e l'amicizia col card. Pier Paolo Crescenzio. Ottenne l'investitura l' 08.06.1619 e comprò dalla Real Casa per 6.000 once il mero e misto imperio del feudo e casale Ravanusa. Ereditò dalla madre il ducato di Montalbano (ME) e per real privilegio del 31.08.1623 fu nominato Duca.

Nella terra di Ravanusa, D.Giacomo B. completò la costruzione delle 80 case e le assegnò con censi a 250 nuovi abitatori, invogliandoli a risiedervi con prestiti in denaro, soccorsi di masseria e garanzia di sepoltura nei cimiteri delle chiese. Con i conci della polis di M.Saraceno edificò la castellania di fronte alla chiesa parrocchiale, ampliata nell'attuale struttura con i due campanili, e dedicata al suo omonimo S.Giacomo, e costruì pure le chiese S.Giuseppe, Purgatorio e S.Antonio. Rilasciando procura a D. Marco Aurello, arciprete di Canicattì, con atto del notaio Pietro Buscemi datato 29 gennaio 1632 (ASA, Fondo not. Buscemi P. Senior, vol. 8546-9), ottenne dal vescovo Mons. Traina, il diritto di Patronato in Matrice, per sé e per i suoi discendenti in perpetuo, con elezione e presentazione degli arcipreti. A tal fine destinò una rendita annua di 40 once, costituita dagli interessi allora legali al 5% delle gabelle spettanti alla baronia, secondo l'accordo del 24 agosto 1621 con i vassalli della terra di Ravanusa, per 800 once, da corrispondere dal suo "procensuario" a fine agosto di ogni anno all'arciprete designato, anche in caso di variazione dei singoli censi.

D.Antonio Nicosia, curato della chiesa parrocchiale, venuto da Mirto al suo seguito nel 1619, fu il primo arciprete eletto, cui fu conferita bolla vescovile il 31 gennaio 1632, con obbligo di devolvere ogni anno, per la traslazione di S.Gerlando, un rotolo di cera, per sudditanza al presule agrigentino. I Bonanno ottennero il Patronato anche nelle Matrici di Siciliana e di Cattolica Eraclea, e i Giurati di Licata nella chiesa S.Maria di Ravanusa, facente parte nel passato del loro territorio.

Il nostro barone e duca D. Giacomo B. fissò la sua abituale dimora nel castello di Canicattì, ove ampliò la celebre collezione d'armi sottratte ai musulmani nella battaglia di M.Saraceno e donate dal Conte Ruggero al cugino Palmeri. Delle sue figlie, Maria sposò il marchese Montaperto e le altre tre si consacrarono benedettine di clausura nel monastero S.Salvatore di Naro. A Canicattì il Nostro fondò il primo ospedale "S.Filippo e Giacomo", nell'odierno Corso Umberto, fu benefattore di chiese e conventi e contribuì alla ricostruzione del convento e chiesa S.Spirito, ove a fine dicembre 1636 fu sepolto, per volontà testamentaria "denudato d'ogni sorta di vesti, in un'unica bara assieme alla spoglie mortali della moglie D.Antonia". I predetti resti finirono poi nell'ossario del cimitero comunale.
Alla baronia di D.Giacomo successe il figlio D. Filippo B. e Balsamo, quindi il nipote D. Giacomo e una lunga serie di discendenti sino all'ultimo dei baroni D. Giuseppe B. e Branciforti, insediatosi il 9 luglio 1798 e assassinato col crollo della feudalità, durante i moti di Palermo del 1820.

Il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 1448 e segg.), riconobbe il giuspatronato un privilegio ecclesiastico dei fondatori di un beneficio e ne vietò l'uso per l'avvenire, esortando i patroni a rinunciare a tali diritti pregressi, in cambio di ulteriori suffragi spirituali. Gli eredi della baronia Bonanno rispettosi delle dette disposizioni vi rinunciarono. Ultimo arciprete da loro eletto fu D.Giuseppe Burgio, nel 1941. Nella successiva nomina, nel 1966 (per D. G.Traina), la Curia fu a libera nel disporre dette nomine.
Salvatore Aronica

CHIESA MADRE "SAN GIACOMO"
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CENSIMENTO PARROCCHIA SAN GIACOMO
Donne: 1414         Uomini: 1190
Bambini da 0 a 10 anni: 250
Ragazzi da 11 a 15 anni: 157
Giovani da 16 a 25 anni: 286

LE ANTICHE SEPOLTURE NELLA CHIESA MADRE

MATRICE SAN GIACOMO. Eretta dal barone Giacomo Bonanno a totali sue spese, fu costituita Matrice con diritto di patronato dei Bonanno, per atto del notaio Pietro Buscemi il 29 gennaio 1632 e divenne la prima ed unica parrocchia di Ravanusa sino al 1935. Le sepolture si praticavano all'esterno dell'edificio sacro, nel "claustrum", ossia nell'area cimiteriale davanti o attorno alla chiesa. Le cripte interne e il nudo pavimento nelle navate o adiacente agli altari erano riservati agli ecclesiastici, ai confrati e ai fedeli benefattori di offerte o lasciti per disposizione testamentaria.

Antonina Capobianco lega tarì 3 per Messe e bolla di Composizione e chiede di esservi sepolta con tabuto (ASA, Notaio A. Rizzo, Atto n. 17 del 7 giugno 1782).

Caledonia Cirami e Taglialegami, cgt Nicolò Cirami, lega onze una per Messe, di cui tarì 3 e grani 10 per una Messa cantata (Ib., Atto n. 58 del 12 maggio 1783).

Vincenzo Di Giorgi lega onze 2 per Messe, da celebrarsi da don Calogero Lauria, e per n. 5 bolle di Composizione e chiede di esservi sepolto in fosso a terra, col tabuto e senza pompa (Ib., Atto n. 23 del 14 aprile 1782).

Il sacerdote don Francesco Merulla di Ravanusa, chiese di essere "sepolto in fosso a terra col tabuto, avanti l'altare del S. Cuore di Gesù" (Ib., Atto n. 18 del 12 luglio 1782).

L'arciprete don Nicolò Lentini di Ravanusa vi fu sepolto, nel 1790, in fosso a terra col tabuto, presumibilmente avanti l'altare maggiore, ch'era stato dedicato al S. Cuore di Gesù. Ho scoperto la sua lapide tombale, custodita ora nell'armadio metallico del salone della Matrice, sulla scaletta nel retro dell'altare maggiore. Pure la lapide dell'arc. Mariano Gallo si conserva nel suddetto armadio.

Padre Giuseppe, al secolo Antonio Pensata, studente di Teologia cappuccino, deceduto il 18 agosto 1793, mentre era in vacanza nella sua città natale, risulta sepolto in Matrice. La sepoltura in chiesa in quegli anni era consentita ai soli ecclesiastici.

Rosa Pomilio vuole essere sepolta nell'area cimiteriale, "non nella fossa comune, ma sotto a terra col tabuto. Lega tarì 12.4" (Ib., Atto n. 13 del 15 febbraio 1782).

Antonio Sciabarrasi lega onze 2 per Messe e chiede di essere sepolto nella "fossa comune e senza pompa" (Ib., Atto n. 43 del 29 agosto1782).

Francesco Sciascia lega onze 2 per celebrazione di Messe e chiede di essere "sepolto in Matrice con funerale senza veruna pompa" (Ib., Atto n. 50 del 26 ottobre 1782).

Salvatore Aronica

MANZELLI E GLI ECONOMI DELLA MATRICE DI RAVANUSA
DURANTE L'ARCIPRETURA CURTI
Madonna del Carmelo, MANZELLI-----............................................. Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio, MANZELLI
Ricordo vivamente ancora la prima Mostra d'Arte Sacra, che nell'Agosto 1997 organizzammo l'arc. Don Saverio Catanzaro ed io, nel salone attiguo alla nostra Matrice e quel meraviglioso Gruppo di giovanissimi volontari "Ab urbe condita" costituitosi allora. Le cose belle durano purtroppo poco. Erano invaghiti della storia sulle origini e l'arte della nostra cittadina. Brillavano tra essi il neo architetto Giuseppe Vivacqua, coordinatore, Carlisi, Cilia, Nobile tra gli addetti alla pulitura, al piccolo restauro, alla schedatura, foto e ai supporti per l'esposizione delle otto tele rinvenute in uno sgabuzzino della sacrestia. Ve li aveva custoditi l'arc. Messana, ma erano ignoti a noi fedeli. Nella mostra accogliemmo pure qualche artistico paramento sacro, e la preziosa stola in seta-oro personale dell'arc. Don Saverio. Il gruppo invero era assai impegnato. Misi a disposizione dei più volenterosi le mie ricerche storiche e il mio "latinorum", traducendo le iscrizioni dei ritratti Curti e Livatino, per loro ostiche.

La mostra mi consentì una prima sommaria conoscenza del Manzelli, pittore palmese ncor oggi poco noto. Ne fanno menzione pochissimi critici, tra cui C.Brunetto e il Vitello. Quest'ultimo, riguardo agli evangelisti dei peducci della cupola nella Matrice di Palma M, che pare non gli appartengano! Ne riscontrai la firma "Manzelli dip." nella tela (cm 100 x 150) "Madonna del M. Carmelo con S. Simone Stock", insieme al nome del committente "PER DIV. EC. TODARO 1882". Allora gli attribuimmo, tra i quadri rinvenuti, "La Pentecoste 1880" (cm. 140 x 190), "La consegna delle chiavi all'apostolo Pietro" (cm 100 x 150) e una "Madonna con Bambino" (cm 100x 160), mal ridotta. Fummo dubbiosi sull'autore dei ritratti Curti e Livatino. Il palmese Vincenzo Provenzani? Di certo questi aveva dipinto il "S. Gaetano col Bambino" e forse il ritratto del Todaro, arciprete di Campobello, pure lui palmese, custodito nella sacrestia di quella Matrice.

La mostra venne a colmare in un certo qual modo la perdita degli anni 1950-55, dei quadroni di Domenico Provenzani che ornarono la volta della nostra Matrice, alla cui ricerca da tempo mi ero appassionato. Nell'Agosto ‘98 su "La Vedetta" ne pubblicai un lungo articolo, basato su interviste a parrocchiani anziani e sugli atti notarili dei committenti Giurati di Ravanusa al pittore palese, col placet del nostro barone Francesco Bonanno, duca di Misilmeri,. Agevolò il mio lavoro l'arciprete Don Saverio, caro amico di seminario, che mi procurò le fotocopie di scritti di Don Biagio Alessi sul Provenzani a Naro, con cenni sul Manzelli, e lo splendido volume di Dell'Utri-La Mattina sui Biangardi. Il predetto testo mi fu utile nel riscontro dell'omonimo autore della "Madonna con Antonio Botta", statua in cartapesta della Matrice ravanusana.

Non mi venne difficile individuare il sopra citato "Economo Todaro" nell'arciprete di Campobello. Tra i miei elenchi del clero di Ravanusa, ora pubblicati di recente su "Europubblik", non risultava alcun Todaro. Neppure tra gli iscritti all'anagrafe del Comune di Ravanusa. I Todaro, si sapeva, erano di Palma M. L'Ec. Todaro del 1882 a Ravanusa, poteva ben configurarsi nell'arciprete di Campobello di quel periodo, rev. Vincenzo Todaro, palmese, per come lo era il pittore Raffaele Manzelli. Fu anzi il predetto Todaro, ricoprendo varie volte, per brevi periodi, l'incarico di "Economo" della Matrice di Ravanusa, durante l'arcipretura Curti, a far pervenire a Ravanusa le tele del Manzelli. Da tali quadri e dalle note vicende dell'arc. Curti possiamo ricostruire le date. Che andrebbero dal 1880 al 1884 e prima, dal 1860 al 1772. Nel detto ultimo periodo la sede vescovile di Agrigento rimase vacante e le nomine di economato non furono emesse. Dalle relazioni di visita pastorale (ACVA) sappiamo che il 22 maggio 1874 l'arc. Curti col popolo e molti civili andò incontro al vescovo Turano, proveniente in carozza da Canicattì e lo accolse nella sua casa. Si costituì allora la congregazione di S. Giuseppe, abolendo una soc. operaia di 62 persone. Questa fu aggregata alla primaria di Roma. A cui si richiesero i diplomi. Alle rispettive Congregazioni romane furono inoltrate istanze per il rilascio dei diplomi per le Figlie di Maria (Donna Dorotea Curti e Donna Maria Cannarozzo ne erano direttrici) e per le Madri cristiane. In un sol giorno il vescovo amministrò più di tremila cresime e il clero di Campobello, guidato dall'arc. Vincenzo Todaro, venne a Ravanusa per dimostrare al buon Pastore Turano riverenza e affetto". Si noti come fossero ottimi i rapporti tra l'arc. Todaro e il nostro arc. Curti. Nel successivo Aprile 1875 lo stesso vescovo Turano, dopo Palma e Licata, compì altra visita pastorale a Campobello e a Ravanusa, ove fu fondata una delle prime società per gli interessi cattolici. La primaria di Roma era sorta nel 1870. L'Annuario Turano 1875 riporta pure che arc. a Ravanusa era Curti ed arc. a Campobello il rev. V. Todaro.

Nel gennaio 1885, il Curti fu ricoverato in ospedale a Palermo, ove poi le sue condizioni di salute si aggravarono. Mons. Turano nominò allora economo e rettore della Matrice di Ravanusa il sac. Rosario Livatino di Canicattì, ch'era disponibile a tempo pieno. Tale incarico perdurò sino al decesso del Curti del tre settembre 1888. Il successivo 15 dicembre, il Livatino ottenne la nomina pleno jure di arciprete della nostra cittadina. Ciò si desume dalla bolla della sua nomina e dall'iscrizione in basso al suo ritratto " ...oeconomus ac rector huius Matricis Ecclesiae in mense februari 1885 jam renuntiatus; dehinc in mense januari 1889 hanc parochiam...gessit...". Venne peraltro confermato dalla relazione di visita pastorale del 13 maggio 1884, a Ravanusa del Vescovo Blandini: "Ravanusa, ab. 12110. Mancano altre notizie. C'era un Economo". Chiese N. 6 e N 1 rurale "Mad. Del Rosario o Portella"della fam. Curti"( D.De Gregorio, La Ch. agr. , vol. IV, p.271).

Il Curti, straricco di famiglia (un detto popolare celebra tuttora la sorella Dorotea: "Unna mi giru,giru, sulu terri di Donna Dia viu!"), alla missione pastorale unì un immenso amor di patria, che lo vide organizzatoree componente del locale comitato cittadino rivoluzionario. Antiborbonico e liberale quanto il suo Vescovo Turano, scrisse focosi articoli su Il Cittadino, L'indipendenza e La Lega, subendo come il suo amato Pastore vessazioni poliziesche e carcerazioni. A fine novembre '60, per le sue ricchezze e la sua elevata posizione sociale, ritenute da taluni garibaldini, pregiudizievoli al nuovo ordine di cose, venne relegato a Palermo a domicilio coatto. Fu liberato dal Luogotenente di re V. Em con decr. min.. del 27 dic. 1860 (ACVA, Elenco dei...fatti e documenti riguardanti la condotta morale dell'arc. di Ravanusa Curti - Not. Riserv. del Curti al Vescovo Blandini, del 1882).

A Palermo possedeva casa sin dal marzo 1848, quando fu eletto Deputato del Parlamento Nazionale. Ivi dimorò quell'anno a totali sue spese, per cinque lunghi mesi. La sua parrocchia dovette essere, quindi affidata ad altro sacerdote, con mansioni almeno di economo. Non sappiamo a chi. Conosciamo però chi lo sostituì, nel 1882 grazie alla tela del Manzelli, che segnò pure il committente Todaro, e in altra data dal ritratto Livatino.

Nel decorso anno mi recai a Palma M., accolto gentilmente dall'arc. don Angelo Portella, che qui torno a ringraziare per avermi concesso di riprendere con fotocamera i quadri sulla volta della Chiesa Madre (molti sono del Manzelli) e le grandiose pale degli altari. Tra i predetti quadri della Matrice palese, alcuni, tra cui "Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio" e "Tu es Petrus", hanno una rilevante attinenza con le analoghe tele della Matrice di Ravanusa, sinora ritenute di ignoto autore. Dalle foto che pubblichiamo se ne evince la similarità per stile, figurato, giuoco cromatico e luci. I committenti del primo quadrone di Ravanusa vi sono pure registrati, Girolamo e Calogero Galatioto fu Liborio, bisnonno l'uno e prozio l'altro a fine Ottocento del Galatioto Girolamo qui residente, in Corso Garibaldi 84. Quanto al quadro nella nostra Matrice "La Pentecoste" del Manzelli, si osservi che i personaggi lambiti dalle lingue di fuoco dello Spirito Santo sono quindici, anziché come tradizionalmente tredici (11 apostoli, la Madonna e Maria Maddalena). Avrà raffigurato negli altri due personaggi femminili Donna Dorotea Curti e Donna Maria Cannarozzo? In quegli anni erano le Donne pie ravanusane più in vista. Direttrici della Congregazione "Figlie di Maria", furono pure insigni benefattrici del santuario dell'Assunta e della Matrice di Ravanusa, per i restauri e i sacri simulacri donati alle predette chiese.
Salvatore Aronica


UN QUADRONE DI GIANDALIA NELLA MATRICE DI RAVANUSA

Sulla parete sinistra, vicina al coretto dell'altare maggiore della nostra Matrice, è stato collocato dall'arc. Don Casola un quadrone raffigurante Gesù e Salomè con i figli, apostoli Giovanni e Giacomo, che noi abbiamo indicato più volte come "La Vocazione di S.Giacomo Apostolo". Risulta datato "5.IX.2005" e firmato da "P. Giandalia", esimio pittore, ex parrocchiano a Ribera del nostro arciprete.
Prima di illustrare il dipinto, simbolico e in sintonia coi testi evangelici, ritengo opportuno di presentarne l'autore, artista di un certo pregio. Pietro Giandalia, nativo di Ribera (AG) nel ‘47, dopo la scuola dell'obbligo, frequentò l'Istituto Statale d'Arte di Sciacca, conseguendo il Diploma di Maestro d'Arte. Nel 1965 partecipò ad una estemporanea di pittura, premio "Città di Roma" con un'opera di appartenenza all'Espressionismo Astratto. Nel '70, trasferitosi negli Stati Uniti, lavorò alla General Motors, frequentando nel contempo i corsi di grafica pubblicitaria presso la "Faculty Visual Communication" del Kean College of N.J. Nell'80 rientrò in Italia, dedicandosi alla realizzazione di pannelli pubblicitari su committenza del Comune e di privati e partecipando a mostre dell'artigianato e a collettive di pittura. Si interessa anche di serigrafia, di fotoceramica e riproduzione di dipinti famosi, contemporanei e rinascimentali.

Nella Chiesa parrocchiale S. Francesco di Ribera (D.Savio), affidata a Don Casola dal 01.10.1984 al 13.01.2002, si trovano una sua riproduzione dell'icona della SS. Trinità di Rublew, su tavola m. 2,20x 3,50 e il portone ligneo a bassorilievo della stessa chiesa. Altre sue opere in collezioni private negli U.S.A. e nella R.F.T.

In ordine al dipinto della nostra Matrice, va detto ch'esso trae ispirazione dall'episodio sui figli di Zebedeo narrato da Matteo (20, 20-28). Mentre Gesù saliva a Gerusalemme con i Dodici Apostoli, gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo insieme ad essi. Collegando quanto scritto da Marco (15,40) e da Matteo (27,57), pare ch'essa si chiamasse "Salomè". Costei si prostrò e chiese a Gesù che i suoi due figli sedessero nel Suo Regno uno alla destra e l'altro alla Sua sinistra. Gesù accolse la disponibilità dei due apostoli a bere del Suo calice, precisando, però, che la concessione di sedergli accanto spettava al Padre. Chi tra i discepoli vorrà diventare grande, aggiunse inoltre, sarà servo e chi vorrà essere al primo posto si farà schiavo, come il Figlio dell'uomo che non è venuto ad essere servito, ma a servire, immolandosi per la moltitudine dei redenti.

Giacomo, in effetti subì il martirio della lapidazione nell'anno 62, e il medesimo martirio in tarda vecchiaia forse toccò, secondo la profezia di Gesù ai figli di Zebedeo (Marco 10,39), pure al fratello Giovanni, prima relegato nell'isola di Patmos, dove ebbe le rivelazioni dell'Apocalisse. Peraltro Giovanni con Giacomo e Cefa è ricordato da S. Paolo (Galati 2,9) tra le "colonne basilari della Chiesa".

Il dipinto in causa piace per il soggetto altamente simbolico, oltre che per la vernice artistica, per la solarità dei colori e per il gioco di luci. Nel paesaggio le colonne che si stagliano verso il cielo sono simbolo della Chiesa salvifica. L'agave fiorita è messaggio di Resurrezione. Quando essa fiorisce muore, lasciando però nel suo luogo un serto di figli. Il calice, inoltre che appare nel piccolo spaccato collinare, ci ricorda quello amaro della passione di Cristo, sofferta pure dai suoi discepoli. La grande palma sulla collina e le altre in più parti del paesaggio palesano, infine, il martirio dei due apostoli e dei tanti cristiani, Corpo Mistico della Chiesa.

In basso sono riprodotti gli stemmi araldici del Comune di Ravanusa e del duca Don Giacomo Bonanno, fondatore della terra di Ravanusa e costruttore della Matrice dedicata al suo omonimo Santo.
Salvatore Aronica

DIPINTO DI AUTORE IGNOTO DA RESTAURARE

I QUATTRO EVANGELISTI DIPINTI DALL'ARTISTA GIUSEPPE BORDONARO
Chi può raddrizzare il legno storto dell'Umanità?

I simboli dei quattro evangelisti traggono ispirazione da un brano dell'Apocalisse (4, 7-9) in cui viene descritta la visione, accanto al Trono dell'Altissimo, di "quattro esseri viventi" dotati di ali: "il primo di essi è il leone (Marco), il secondo è simile a un vitello (Luca), il terzo ha la faccia che sembra quella di un uomo (Matteo) e il quarto è simile ad un aquila (Giovanni) che vola". Le sembianze dei quattro esseri apocalittici richiamano a loro volta quelle riunite in ciascuno dei "quattro esseri animati", dall'aspetto quadruplice (tetramorfo), apparsi al profeta Ezechiele (Ezechiele 1, 4-12).

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Quando mi è stato affidato l'incarico per eseguire i lavori di ripristino e restauro delle pareti e soffitto dell'edificio adibito come luogo di culto, vedendo da vicino e toccando con le mani, sentendo le vibrazioni della fede ho notato che nel soffitto dell'abside c'era qualcosa che mancava, si proprio un senso di vuoto, il mio pensiero era di colmare quel vuoto in quello spazio bianco che riflettendo sulla struttura, l'edificio fu costruito e realizzato con la concezione architettonica di ospitare quattro tele o affreschi. Focalizzato il problema mi sono incaricato io esclusivamente a realizzare ciò che era necessario, i simboli dei quattro Evangelisti. Senza creare costi economici per la Chiesa, di conseguenza per la comunità centrare l'obbiettivo non era stato facile, ma infine ci sono riuscito. Un altro problema che era sorto, come fissare le quattro tele ad una altezza di 18 metri senza l'ausilio di un ponteggio perché il costo economico sarebbe stato elevato a carico della Chiesa o mio. Nasce l'idea grazie alla perseveranza con gli occhi della fede, la soluzione era quella di riuscire con un laser ad individuare le misure per perforare il soffitto e calare delle cordicine per ogni foro, di conseguenza legare le cordicine nel supporto delle tele e tirarle da sottotetto, per poi legare le tele con delle catenine per la sicurezza, infine le tele sono state fissate e tutti ne possono apprezzare la bellezza. Lo scopo finale è di trasmettere nel messaggio facendo conoscere il valore dei simboli legati alla fede.

Giuseppe Bordonaro.


RAVANUSA E LE SUE ORIGINI

Ravanusa vanta le proprie radici nel centro indigeno di M. Saraceno, abitato dai Sicani, la cui comparsa nel nostro territorio risale almeno al X sec. a. C. Tale centro fu ellenizzato nel VII sec. dagli eicisti Sakon e Myllos che vi fondarono una polis (Kakyron?), onde sbarrare lo sbocco del fiume Salso in pianura, sede anche di xenoi (truppe mercenarie). Questa ebbe lunga vita fino ai primi decenni del III sec. a. C. Nel 405 a. C., fu distrutta dai Cartaginesi e nel 340 a. C., ricostruita da Timoleonte, con una più vasta cinta muraria e ulteriori torri di difesa. Gli eventi agatoclei, a seguito della sconfitta del tiranno siracusano al monte Ecnomo, ne pregiudicarono la prosperità. Il tiranno agrigentino Finzia, poi, e i Mamertini le inflissero il colpo mortale, riducendola ad un cumulo di rovine, quale apparve a visitatori del passato e per come oggi viene alla luce negli scavi archeologici, avviati negli anni ‘70.

Nel periodo romano, emerse come agglomerato rurale del latifondo di Corconio (praedia Corconiana). Il suo sito, pur conservando la filiazione della predetta polis, andò trasferendosi lungo le pendici occidentali di Monte Saraceno. Anche lì, difeso naturalmente da un costone, continuava ad elevarsi sulla valle del Salso, restando più vicino alla rete viaria greca. I romani, appresso, interessati a rifornire l'impero del grano di Sicilia, tracciando itinerari più ampi, tra cui l'«Enna-Finziade», lo raccordarono alle loro stationes. Le comunità paleocristiane e bizantine ebbero così l'opportunità di fissarvi la propria dimora e purtroppo pure le orde barbariche di passarvi, rastrellandolo. La gloriosa polis visse, quindi, di risorse pastorali e agricole come "masseria" o "tenimento", riuscendo a trascinarsi malconcia, dal Medioevo fino all'epoca moderna.

Per il privilegio secolare avuto di marcare l'incrocio dei reticoli viari, ieri trazzere "La Grazia" e "Montagne-Marina", oggi i grandi svincoli di "scorrimento veloci e autostrade", Ravanusa ha meritato l'appropriato titolo di "Città del Monte Saraceno".
Da "predium rurale" (masseria), la nostra cittadina rientrata nel "feudo" e poi ancora emersa come "oppidum" (borgo-fortezza), conobbe l'insediamento dopo l'800 dei berberi. Nel 1086, fu conquistata dal Conte Ruggero il Normanno e donata da questi, per gli aiuti ricevuti nelle varie campagne di guerra, al cugino Salvatore Palmeri. Che aprì la lunga lista di baronie del "casale" e poi "terra di Ravanusa", perdurate fino al 1820.

In un "Censuum Indiculus" del 1177 pubblicato da P. Collura, si menziona "Revenosa". Nelle "Rationes decimarum" del 1308-1310 di Pietro Sella, "Ravanosa" e il suo "presbiter Blasius" che paga le decime per sé e per la chiesa S. Maria. Il predetto casale fu anche proprietà dei Vescovi di Agrigento. Il Vescovo Gentile (1156-1171) "comprò dal saraceno Abdisaleno, figlio di Abdisaliabar, alcuni territori tra Agrigento, Naro e Licata, e molti casali particolarmente da coloro che lasciavano la Sicilia" (1). "Casal di Rivinusa" tra questi, fu successivamente venduto dal Vescovo Filippo Ubaldi, il 7 settembre 1333, "a Goffredo Curatore di Messina, arrendatario dei beni della Chiesa Agrigentina davanti al giudice Geppo Sigeri, assieme al casale di Giardinelli, con rogito del notaio Napolitano" (2).

Nella sopra citata lista, i baroni Bonanno occupano lo spazio più ampio. All'antica masseria di Via Alfieri e castellania dell'odierno Corso della Repubblica, dirimpetto alla chiesa Madre, i nostri baroni preferirono i piani nobili del castello di Canicattì, loro residenza abituale, per poi trasferirsi a Palermo, nello stabile di Via A. Paternostro e in estate nella villa "della Cattolica" di Bagheria, ora Mausoleo di Guttuso.
Per la terra di Ravanusa, abitacolo d'immigrati del vicino circondario, non ricchi né nobili, i Bonanno furono ben paghi d'inviare governatori con ampia delega, tra cui don Nicolò Contrino e don Francesco Faranda, perseguendo il solo interesse di garantirsi la riscossione delle tassazioni e l'esercizio del diritto di patronato nella nostra Matrice.
Salvatore Aronica
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(1) P. Collura, Le più antiche carte dell'Archivio Capitolare di Agrigento, Palermo 1961, pp. 60-61.

(2) D. De Gregorio in La Chiesa Agrigentina, Agrigento 1996, vol. I, p. 214.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Ottobre 2012 12:12 )
 

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